Arrival – recensione film

Arrival

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Anno: 2016

Titolo originale: Arrival

Paese di produzione: USA

Genere: fantascienza, drammatico

Regia: Denis Villeneuve

Produzione: Dan Levine, Shawn Levy, David Linde, Karen Lunder, Aaron Ryder

Cast: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O’Brien

 

La linguista Louise Banks sta tenendo una lezione a scuola come tutti i giorni. Una volta visto il notiziario però è proprio l’insegnante a mandare a casa i pochi studenti che si sono presentati. Il mondo è nel panico: 12 gigantesche astronavi, alte 400 metri, fluttuano vicino al suolo, in 12 punti diversi e nessuno sa il perché. Le forze militari si mobilitano in tutti i luoghi delle apparizioni e vengono allestiti campi base dove gli esperti iniziano a studiare il fenomeno. A causa della loro forma le astronavi vengono chiamate gusci dai militari americani e i primi tentativi di contatto testimoniano la presenza di forme di vita al loro interno. Qui entra in scena Louise Banks, conosciuta per le sue straordinarie abilità linguistiche, incaricata di condurre una squadra insieme al fisico teorico Ian Donnelly, per comunicare con gli alieni. I due vengono condotti dal colonnello Weber in Montana, dove staziona uno dei gusci.

La produzione fantascientifica degli ultimi anni si è affollata di titoli che vedevano l’alieno come la minaccia, l’invasore da combattere: Skyline, World Invasion, i rifacimenti dei classici Ultimatum Alla Terra e La Guerra Dei Mondi, il ritorno del colossal Independence Day. Tralasciando la quasi totale mediocrità delle opere citate, le ostilità suggerivano un impeto guerrafondaio o, più nello specifico per il pubblico americano, un immortale terrore nei confronti della tragedia dell’11 Settembre. Arrival invece si rifà all’approccio benevolo del più datato Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo, con un’idea ben più complessa e articolata. Grande merito va certamente attribuito al lavoro di sceneggiatura di Eric Heisserer che ha proposto uno dei soggetti fantascientifici più belli e intriganti di sempre(tenendo comunque presente che Arrival è basato sul racconto Storia Della Tua Vita di Ted Chiang).

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Pregevole anche Denis Villeneuve che si dimostra regista di indubbio talento, deliziando gli occhi con inquadrature suggestive di paesaggi avvolti in una spessa nebbia che cela e fa’ scomparire gli enormi gusci alieni. In bilico tra il sempre più influente Nolan e un simbolismo elegante che senza paura rievoca 2001: Odissea Nello Spazio, Arrival è un film studiato nei minimi dettagli visivi e concettuali. A partire dalla preparazione al contatto alieno, che avviene tramite vaccini e sterilizzazioni, è chiaro fin da subito quanto Arrival sia un’opera dove niente viene lasciato al caso. Ma non è nulla in confronto all’entrata in scena degli alieni, definiti eptapodi per i loro sette arti, sempre nel mistero di una coltre di nebbia che li lascia solo intravedere. Per non parlare del modo con cui comunicano, geniale, da brividi e allo stesso tempo non aggressivo, un suono profondo e baritonale che ricorda quello di un didgeridoo; in questo senso appaiono proprio come gli aborigeni australiani citati dalla Banks, gli stessi che il colonnello Weber considera arretrati e prevaricati dalla razza superiore che li sterminò. Il cast è guidato da due ottimi attori: l’icona colossal Amy Adams, qui davvero calata benissimo nella parte e l’altrettanto bravo Jeremy Renner; tra i due nasce un’ottima sintonia con una considerevole spontaneità. Whitaker nei panni di Weber è arsenale quanto basta, quasi con garbo rispetto ai folli che lo seguono.

Arrival è un viaggio totalmente nuovo districato su tre tematiche fondamentali: la lettura del futuro; l’importanza del linguaggio, tra alieni e umani ma anche tra gli umani stessi e la fatalità. Un piano generale multiforme e difficile, che prevede anche un’incursione nel mondo dei sogni, ma orchestrato in maniera perfettamente armonica. Arrivati ad un certo punto emerge chiaramente il pacifismo di fondo ed è qui che il film, giocando intelligentemente col colpo di scena continuo, non cade nelle trappole della banalità. E’ eccezionale e molto coinvolgente lo stato d’animo di Louise Banks/Amy Adams nella resa dei conti,dove lo spettatore può dirsi indubbiamente scioccato e sconvolto. L’ottimismo alla fine si tinge di nero ed è anche in questo che Arrival ricorda l’Inception di Nolan, che però non portava dentro di se tutta questa carica emotiva e straziante. In questo caso forse Villeneuve esagera un po’ sulla conclusione iper struggente, che vede il film trasformarsi da fantascientifico a puramente drammatico.
Complessivamente comunque l’opera del regista canadese del 2016 è di grande spessore, brillante e coinvolgente. Lascia ben sperare per l’imminente Blade Runner 2049, dato che ci sarà sempre Villeneuve in cabina di regia.
Zanini Marco

3

 

 

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