2 agosto 1980 la strage della stazione di Bologna

2 agosto 1980 la strage della stazione di Bologna

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Sabato 2 agosto 1980, alle 9.30 arrivò a Bologna un treno da Modena. Scesero, tra gli altri, una signora di quarant’anni e sua figlia di diciassette. L’aria era arroventata da oltre quaranta gradi, e la stazione sembrava un formicaio impazzito. Giovani con lo zaino, e famiglie in partenza per le agognate vacanze, s’incrociavano freneticamente. La signora modenese con la figlia, dopo una sosta al bar e alla edicola, si diresse verso il piazzale esterno per prendere il pullman che le avrebbe portate in Grecia. Un viaggio lungo ma economico. Mentre la ragazza si avviava verso una vicina farmacia, la madre si fermò in attesa nell’aiuola della piazza. Vicino sull’erba una coppia di ragazzi, vestita con abiti pesanti tirolesi, malgrado il caldo torrido, attirò immediatamente la sua attenzione. Una terza persona si avvicinò a loro e insieme si allontanarono dalla stazione. Nel frattempo qualcuno appoggiò, sul tavolino portabagagli della sala d’attesa di seconda classe, una valigia di pelle. Dieci minuti dopo, alle 10. 25 una terribile esplosione investì la stazione di Bologna con effetti devastanti.

Due anni dopo gli inquirenti fecero vedere delle foto alla donna modenese, che riconobbe la ragazza vestita da tirolese il giorno della strage di Bologna. Era Francesca Mambro.

Una lingua di fuoco seguita da una enorme nuvola nera, e quindi un manto di polvere che coprì tutto e rese l’aria irrespirabile, seguirono due minuti di silenzio innaturale che venne rotto dalle urla e dai lamenti dei feriti. L’esplosione fece crollare gran parte della stazione, seppellendo il bar ristorante e le sale d’attesa di prima e seconda classe. Caddero trenta metri di pensilina, e vennero anche investite due carrozze del treno straordinario Ancona-Chiasso in sosta sul primo binario. Molti rimasero sepolti dal crollo della struttura. Anche le persone che si trovavano fuori nel piazzale della stazione vennero colpite dalle tegole che schizzavano impazzite. Apocalittica fu la visione che apparve ai primi soccorritori che si fecero strada nel tunnel di polvere. Corpi senza vita, feriti, brandelli di carne e calcinacci ovunque. Tutti cercarono di portare aiuto, i taxi incominciarono a fare la spola verso i vari ospedali. Un autobus della linea 37 con le lenzuola bianche ad occultare i finestrini venne trasformato in carro funebre. La prima impressione fu che si fosse trattato di una fuga di gas. Ma in realtà l’odore che si sentiva era di polvere da sparo. Alle 15 gli inquirenti giunsero alla conclusione che si trattasse di una bomba, e alle 21.30 venne trovato il cratere dell’esplosione nella sala d’attesa di seconda classe.

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La perizia esplosivistica individuò tre aree. L’area mortale, dove si trovavano le persone ad una distanza inferiore ai cinque metri dal punto dell’esplosione, l’area dei danni molto gravi, che andava dai cinque agli undici metri all’interno della quale molti morirono per gli effetti indiretti dell’esplosione, ed infine l’area dei danni molto seri che arrivava fino ai venti metri.

Il tragico bilancio fu alla fine di 85 morti e 218 feriti, anche se in realtà di una persona non è mai stato trovato il corpo. Un mistero inspiegabile. Maria Fresu, una ragazza sarda che viveva in provincia di Firenze, quel giorno era in procinto di andare in vacanza sul lago di Garda con sua figlia Angela di tre anni. Si trovavano nella sala d’attesa di seconda classe, in compagnia di due amiche di Maria, quando l’esplosione le investì. Erano sedute tutte vicine all’interno della zona definita “area dei danni molto gravi”. Angela morì per la frattura del rachide-cervicale, Verdiana, una delle amiche, morì per un trauma multiplo, mentre Silvana, l’altra amica, si salvò miracolosamente. Invece di Maria non si trovò traccia. L’ipotesi di essersi disintegrata non trova riscontro nella logica delle cose. Se anche i cadaveri che si trovavano nella zona mortale furono trovati abbastanza integri non si spiega come possa una persona essersi volatilizzata in una zona ancora più lontana dal punto dell’esplosione. Di Maria comunque sono stati trovati i bagagli, i documenti e perfino un piccolo pezzo di lembo facciale.

I mitomani si misero subito in moto, e le telefonate di rivendicazione arrivarono puntuali. Da parte dei Nar, ma anche delle Brigate rosse. Subito smentite da altre telefonate. Visto il clima pesante che dal 1969 aleggiava sull’Italia delle stragi neofasciste, gli inquirenti si indirizzarono subito verso quella direzione.

Le indagini accertarono che furano usati una ventina di chili di esplosivo composto da un gelatinato di uso civile con una base di nitroglicerina. I tecnici accertarono anche che fu usato un temporizzatore di natura chimica. Una fiala messa nella valigia poco prima dell’esplosione.

Come era prevedibile, dopo l’ennesima strage anche i bolognesi espressero rabbia nei confronti delle istituzioni, e solo sei bare furono presenti ai funerali di Stato. Tutti i familiari delle altre vittime decisero per delle esequie private.

A parte il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ed Enrico Berlinguer accolti da applausi dai bolognesi, gli altri rappresentanti dello Stato furono oggetto di fischi e proteste.

Ci furono, come ormai d’abitudine, numerosi depistaggi, ma gli inquirenti proseguirono sicuri e determinati non facendosi influenzare. Questo atteggiamento non mancò di suscitare diverse polemiche. Qualche mese prima venne segnalata la possibilità di un attentato da parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), supposizione che non venne considerata sufficientemente plausibile. Francesco Cossiga ipotizzò anche la tesi di una esplosione accidentale dell’ordigno che si sarebbe trovato provvisoriamente sul tavolino della sala d’attesa.

Il 2 agosto 1980 si trovava a Bologna Thomas Kram, terrorista tedesco esperto di esplosivi, appartenente al gruppo del comandante Carlos, e quindi molto vicino all’Fplp. La sua presenza nella città felsinea, con un’altra terrorista, Christa Margot Frohlich, alimentò in alcuni il sospetto che la strage fosse stata decisa per ritorsione dopo l’arresto del capo dell’Fplp in Italia Abu Anzeh Saleh proprio a Bologna. Questo arresto malgrado il segreto Lodo Moro, risalente al 1973, che riguardava un tacito accordo tra i servizi segreti e l’Fplp, che prevedeva il libero passaggio sul territorio di armi palestinesi in cambio dell’assicurazione di non fare attentati in Italia. La tesi dell’attentato palestinese venne giudicata poco probabile dai giudici e quindi archiviata.

Il sottosegretario agli Esteri, Giuseppe Zamberletti, sostenne strenuamente l’ipotesi di un collegamento tra la tragedia nei cieli di Ustica e la strage di Bologna. Caldeggiò un coinvolgimento della Libia di Gheddafi, che sarebbe stato infastidito dalla collaborazione tra Italia e Malta, in quanto la piccola isola mediterranea si trovava in disaccordo con la Libia per lo sfruttamento petrolifero di una parte di mare dove entrambe avanzavano influenze. Tesi smontate dai Pm giudicandole poche credibili di fronte ad una strage di tale portata.

Il 9 aprile 1981 venne arrestato Massimo Sparti, delinquente comune esperto in falsificazioni con simpatie verso l’estrema destra, per possesso di armi. Sparti in carcere inizia a collaborare chiamando in causa Giusva Fioravanti, fratello maggiore di Cristiano con il quale condivide l’amicizia. Sparti raccontò di aver avuto una confidenza da Giusva il 4 agosto 1980, due giorni dopo la strage di Bologna, che gli confidò di essersi trovato a Bologna il giorno dell’esplosione travestito da tedesco, e che aveva bisogno di documenti falsi per lui e per la sua compagna Francesca Mambro. La testimonianza di Sparti venne considerata molto attendibile dagli inquirenti.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro
Valerio Fioravanti e Francesca Mambro

 

Giusva Fioravanti fu arrestato a Padova il 5 febbraio 1981 in seguito ad uno scontro a fuoco dove venne ferio gravemente alle gambe, ma non prima di aver ucciso due carabinieri.

Francesca Mambro venne arrestata a Roma il 5 marzo 1982, anche lei ferita dopo un conflitto a fuoco in seguito ad una rapina.

Le tappe processuali:

L’11 luglio 1988 la Corte d’Assise di Bologna condannò Giusva Fioravanti e Francesca Mambro all’ergastolo per la strage di Bologna e, rispettivamente, a 12 e 15 anni per banda armata.

Il 18 luglio 1990 la Corte d’Assise di Appello cancellò gli ergastoli e li condannò a 12 e 13 anni per banda armata.

Il 12 febbraio 1992 la Cassazione ritenne che il processo andasse rifatto.

Il 16 maggio 1994, la prima Corte d’Assise d’Appello condannò Fioravanti e Mambro all’ergastolo e a 16 e 15 anni per banda armata.

Sentenze confermate definitivamente dalla Corte Suprema di Cassazione il 25 maggio 1995.

Luigi Ciavardini, che nel 1980 aveva solo 17 anni, considerato l’esecutore dell’attentato venne condannato a 30 anni.

Luigi Ciavardini
Luigi Ciavardini

Lascia perplessi la smentita che la strage facesse parte di un piano orchestrato da Licio Gelli, perché il venerabile massone e l’oscuro burattinaio di tutti quegli anni insanguinati dagli attentati, della cosiddetta strategia della tensione, venne condannato solo per depistaggio.

La condanna dei due terroristi del Nar sollevò polemiche e molti avanzarono molti dubbi sulla loro reale colpevolezza, d’altronde è innegabile che al di là di qualsiasi considerazione, l’atteggiamento irritante degli imputati che hanno strategicamente cercato di coprire la verità per confondere il corso del processo.

I due terroristi hanno sempre negato il loro coinvolgimento nella strage, malgrado gli innumerevoli ergastoli da scontare per altri omicidi commessi.

Non sono mai state trovate prove certe sul movente della strage.

Francesca Mambro, nel 1998, ottenne il regime di semilibertà, e nel 2008, il Tribunale di Roma concesse la libertà condizionale.

Per Giusva Fioravanti invece la pena venne considerata estinta nel 2009.

Dal 23 marzo 2009 Luigi Ciavardini è in regime di semilibertà.

 

Lapide in ricordo delle vittime della strage del 2 agosto 1980
Lapide in ricordo delle vittime della strage del 2 agosto 1980

Nel 2007 il figlio di Massimo Sparti, Stefano, raccontò che il padre tre giorni prima di morire ammise di aver mentito per quanto riguardava il colloquio avuto con Giusva Fioravanti, perché fu costretto a farlo.

Rimane un attentato con molte ombre e poche luci.

 

 

Alberto Zanini

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